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T O P I C    R E V I E W
Piero Chionna Posted - 20 November 2011 : 23:25:22
Questa vecchia fotografia scattata sul porto di Oneglia (oggi Imperia) ritrae un gruppo di carri svizzeri adibiti al trasporto di vino.
A sinistra mi sembra di notare un carro botte (wagon foudre), seguito da un carro chiuso con le insegne della società "Fuog" di Ginevra ed infine due carri chiusi SBB.
Si tratta certamente di un carico di vino sbarcato da una nave e destinato ai mercati d'oltralpe.

Se non erro, un carro con botti della societa "Fuog" è stato riprodotto dalla Marklin in scala 1, mentre un modello in scala HO è stato realizzato dalla Sachsenmodelle.


(autore sconosciuto)


Wagons Foudres di varie società:








10   L A T E S T    R E P L I E S    (Newest First)
Piero Chionna Posted - 30 September 2019 : 09:43:29
Immagine tratta dall' Archivio SAST (Sistema Archivi Storici Territoriali) Regione Puglia

Novoli (LE), stazione FSE sulle linee Martina Franca-Lecce e Novoli-Gagliano del Capo.
Carri per trasporto vino in sosta presso gli stabilimenti vinicoli.

Piero Chionna Posted - 11 June 2019 : 17:24:26
Stabilimento Folonari di Galatina (Lecce)






Stabilimento Folonari di Squinzano (Lecce)





Piero Chionna Posted - 03 June 2019 : 08:57:03
Stabilimento vinicolo Folonari di Barletta (BAT ex BA):




Stabilimento vinicolo Folonari di Locorotondo (BA):








Stabilimento vinicolo Folonari di San Severo (FG):





Pier Attilio Chionna Posted - 26 May 2019 : 16:42:33
Dal giornale "Express" stampato a Mulhouse (F)

16 settembre 1903

Piero Chionna Posted - 03 March 2019 : 01:04:23


La lettura del giorno

"Squinzano, vino a Milano" di Vittorio Bodini







Vittorio Bodini traccia uno spaccato della vita degli anni '50 in un piccolo paese del Salento sede di importanti stabilimenti vinicoli di proprietà di aziende dell'Italia del nord che qui producevano vini destinati al taglio di altri vini di maggior pregio o vini economici da servire nelle osterie del nord Italia.
Il racconto ci descrive un tessuto sociale povero, spesso scarsamente alfabetizzato, e una imprenditoria locale all'epoca incapace di sfruttare autonomamente le opportunità offerte dal territorio.
Allo stesso tempo la narrazione ci consente di comprendere meglio alcune ragioni del fenomeno migratorio che tra la fine degli anni '50 e i primi anni '60 del secolo scorso spinse molti cittadini del sud verso le grandi realtà industriali del nord Italia o degli altri stati europei.

La ferrovia resta sempre ai margini di questo racconto che rappresenta comunque una sorta di "trait d'union" tra la presente discussione dedicata ai treni per trasporto vino e la discussione dedicata ai treni degli emigranti:
http://www.marklinfan.com/f/topic.asp?TOPIC_ID=1471&whichpage=1


http://www.vittoriobodini.it/02vittoriobodini/il%20sud%20di%20vittorio%20bodini.htm



Estratto da "Squinzano, vino a Milano"
di Vittorio Bodini, anno 1950



A Squinzano si beve male, si beve con un segno di vergogna. L'odore del vino ristagna in una nuvola grassa e dolciastra; se si muove l'aria ci si sente disgustosamente cullati. Dal paese, in fondo a scalcagnate viuzze, le vigne si gettano carponi sotto gli ulivi. Le case basse, dipinte di azzurro o rosa antico, crema, melanzana o d'un bianco che scintilla da quant'è bianco, paiono spugne che a strizzarle dovrebbe uscirne vino. Ma il vino non si vede mai, come in certe città dove si avverte a ogni passo la presenza del mare ma non si riesce a capire dietro a quale angolo si nasconda. In tutto il paese c'è un solo ubriaco. Ha dei pantaloni a brandelli tenuti su da una cordicella e con una voce nasale, da messa cantata, va tutto il giorno cantando dei buffi dispetti amorosi a cui la gente non pare divertirsi. Non si può dire se le occhiate di ribrezzo che gli dirigono le donne dalle soglie rappresentano una condanna morale o siano dovute semplicemente alla nausea del vino. Son donne anziane, che rammendano calzini o mettono toppe a pantaloni, vestite di nero per lutti senza più tempo. Qualcuna ha un saio di colori insoliti, stretto alla vita da un cordone, a testimonianza di qualche grazia ricevuta.
"Che voto porti, paesana?" chiedo a una vecchia che indossa una tunica verde traversata verticalmente, nel mezzo di un rettangolo rosso.
"Dei Santi Cosimi".
I Santi Cosimi sono i Santi medici. Se non c'è da portare il lutto per qualche familiare è segno che è guarito, naturalmente per merito dei Santi medici. Passa un prete su un calessino.
"Buon giorno, papa Gesualdo", grida l'ubriaco.
Papa Gesualdo fa finta di non aver sentito e si volta dall'altra parte della via, dove si legge sul muro a grossi caratteri: Viva la Otorità.
Ai colori del paese bisogna aggiungere quelli dei carri dalle alte ruote, rozzamente dipinti come guerrieri africani, e i cavalli non meno barbarici, con un fiocco rosso sugli occhi che ne accresce la protervia. Si susseguono in file da formiche, coi carichi d'uva nelle botti, e a un sobbalzare ad un sasso o ad una cunetta che dormicchiavano spalancano un solo occhio giallo o celeste. E' gente venuta da ogni parte della penisola salentina: dal Capo di Leuca, da Cocumola, da Calimera, su fino a Brindisi. Si portano appresso in un sacco il pane nero indurito i peperoni rossi che costituiscono il loro pasto, salvo qualche banchetto con sarde e ricotta forte. E la notte dormono dentro le stalle con le bestie. Per dar da mangiare ai cavalli, che son ghiotti d'uva, e risparmiare la biada, bisogna che facciano di tutto per rubare qualche paniere d'uva: e un altro paniere bisogna dare al "vellanzino", l'uomo che li aspetta sulle salite, per dare una mano al cavallo. Da qui trucchi e discussioni senza fine col pesatore che lo sa e sta con gli occhi aperti, ma arriva la volta che finiscono col fargliela.
I carrettieri son ben pagati: tremila lire al giorno. Ma non son loro che si paga: è il cavallo, il carro. Il lavoro umano non vale tanto. I pesatori, che sono per lo più barbieri, sarti, o studenti poveri, in capo a una ventina di giorni d'un lavoro spossante racimoleranno una ventina di migliaia di lire, le donne molto meno. Queste cifre aprono un altro spiraglio sulla vita di questi paesi. Ci si domanda che renderà mai durante l'anno il mestiere d'un sarto o d'un barbiere che aspettano la campagna vinicola per arrotondare con ventimila lire il loro bilancio. E che vadano a vendemmiare le donne per 400 lire al giorno non è niente; ma che aspettino impazientemente tutto l'anno per andarsi a guadagnare quei pochi centesimi è cosa che non si riesce a immaginare.
Ci vanno tutte, madri e ragazze, e persino le classiche putaines respectueses da paese agricolo: vestite di nero come tutte, con la stessa faccia da veglia funebre o da fornello di cucina, e sul canterano i santi di cartapesta sotto la campana di vetro. Magari i Santi medici per preservarle dalle malattie. Qui, le donne che fanno come suol dirsi, la vita, appartengono a due famiglie rivali: sono tre sorelle per parte, come Orazi e Curiazi, ed hanno soprannomi meravigliosi ispirati ai fuochi pirotecnici. Son loro naturalmente a guidare il coro d'invettive volgari e di oscenità a cui durante la vendemmia si abbandonano inspiegabilmente le donne del paese, per solito taciturne e pudiche, quando non addirittura bigotte. E fra queste turpi favole fa capolino continuamente l'immagine ossessiva del monaco - senza alcun riferimento reale, s'intende.
Squinzano, ha 54 telefoni. Tolti quelli del Municipio e dei Carabinieri, gli altri appartengono a stabilimenti vinicoli e a succursali di banche. Le chiamate comunali sono ben poche. Questi telefoni servono per comunicare con Milano, con Busto Arsizio, con Gallarate, e per forza di cose con Lecce. Esistono due Squinzano: uno è un paese senza tempo, povero e superstizioso, fatto di privazioni che non sanno neanche d'esser tali e di polvere, di casucce colorate e di tendine di sudicia rete che ne difende l'interno dalle mosche. Paese d'uomini scalzi o con scarpe che ricordano antiche fanterie e di donne che rattoppano eternamente pantaloni di cui è ormai impossibile indovinare la stoffa d'origine. E fichi d'india, oleandri, frotte di bambini seminudi, qualche palmizio nano, qualche nicchia di santi.
Questo paese non sospetta lontanamente che il suo nome abbia tanta notorietà in Italia. Perchè dovrebbe averla? E' probabile, o molto probabile che un contadino di Squinzano non riuscirebbe a riconoscere nel vino che si beve con questo nome in Italia il vino della sua terra, che è fortissimo, sui sedici e persino sui diciotto gradi, ed ha un cupo spessore in cui esalano i zolfi dei diavoli conficcati nelle profondità di questo suolo. Ma non c'è nulla che distingua questo paese dagli altri della penisola salentina, se non fosse la sua maggiore povertà. Di fatti il suolo, sfruttato da più tempo, s'è fatto avaro o è stato superato da terreni dove la cultura della vite è più recente: sicchè non produce in media più di 35 q.li di uva per tomolo contro gli 80-90 di altre terre del Leccese e del Brindisino. Come centro di produzione ha dunque scarsa importanza, e non sono rare le annate in cui produttori locali chiudono la stagione in perdita. Non così come centro di lavorazione. Della sua epoca d'oro le son restati infatti un centinaio di stabilimenti, fra grandi e piccoli, dove si lavora qualcosa come 800.000 ettolitri di vino ogni anno, quasi la metà dell'intera produzione della provincia di Lecce. Nella quale cifra non so se siano comprese quelle partite comprate altrove, per le quali gli industriali del Nord affittano qui qualche metro di suolo e il diritto al carico, per poter intestare da Squinzano talloni ferroviari e fatture. Su questo centinaio di stabilimenti, una quindicina appartengono a settentrionali, tutti lombardi. La proporzione non è forte, apparentemente; ma quei quindici stabilimenti sono i più grossi e lavorano l'80 per cento dei mosti che escono da Squinzano. Tutti gli industriali locali messi insieme non fanno tanto vino quanto ne fa da solo lo stabilimento di Folonari, o ne ha fatto nei passati anni.
"Folonari viene qui qualche volta?" domando alla proprietaria del caffè principale, in piazza del Municipio.
Il caffè è deserto. Due mosche si nettano le zampette sul tavolino di ferro dipinto in bleu Savoia. La donna ha un'aria sorpresa, fra i taralli zuccherati coperti da una enorme moschiera e le pile di savoiardi avvolti in cellofan.
"Non l'ho mai visto".
"E gli altri signori? Verranno almeno quelli di qui?" "Nessuno. Non si vede nessuno. Forse staranno nelle loro case o a Lecce".
"Credevo che trattassero gli affari qui o sulla piazza".
"Un tempo, quando veniva la 'forestiera' ... - e comincia a perdersi in un imbroglio d'anni da cui non riesce a venire a capo. Ora son brutti tempi. Vedrà lei stesso, ora metto i tavolini fuori e la gente si siede e non ordina nulla. Ogni tanto entrano dentro e mi chiedono un bicchier d'acqua".
Ho domandato ad altra gente: "Esiste veramente Folonari? Dov'è? Come è fatto?". Mi rispondono incertamente. Poi incontro quello che sa tutto. C'è in ogni paese meridionale questo personaggio-chiave, l'uomo a cui si può fare qualunque domanda. "Quarantacinque anni fa. Folonari venne qui esattamente quarantacinque anni fa, e il primo anno lavorò in una cantinetta presa in affitto. Dopo di lui son venuti gli altri a poco la volta: Coppo, Messaggi, Panza, Azzolini, Macchi, Monti, Giglioli, Sciarini. Macchi venne la prima volta a comprare un vagone d'uva. Lo prese a credito. Un vagone d'uva costava a quel tempo cinque lire. Ma ormai è moltissimo tempo che non vengono più; mandano gli incaricati per il periodo della campagna, dopo di che gli stabilimenti restano chiusi per tutto il resto dell'anno".
Il segreto del successo di questi uomini di Milano, di Gallarate, di Treviglio, di Busto Arsizio è molto semplice. E' dovuto a due cause, una terrena, che è la pigrizia dei produttori locali, che fatta l'uva hanno sempre aspettato che gliela venissero a comprare dal Nord e l'altra soprannaturale. I settentrionali godono il favore di divinità invisibili le quali, dalle nubi in cui sono avviluppate, li assistono e proteggono. Queste divinità sono le Banche, che pesano crediti e prestiti con disuguali bilance. Al credito delle Banche, s'aggiunge poi quello del contadino, che soggiogato dalla potenza del nome, poniamo, di Folonari, gli venderà a trenta o quaranta giorni di scadenza quell'uva che dal vinificatore locale pretenderebbe pagata alla consegna. E ciò perchè Folonari è invisibile, pochi ricordano ormai la sua faccia: è diventato un'entità astratta alla stregua del Governo, dell'Otorità, ma alcuni scalini più in basso dei Santi medici e del Monaco delle vendemmie, nelle cui mani è consegnato ineluttabilmente il faro degli squinzanesi.
Queste due Squinzano - la invisibile dei fidi bancari e dei telefoni che chiamano Milano e quella concreta dei rammendi e dei taralli zuccherati, sono più distanti già loro che se si trovassero agli antipodi. Ecco che il barbiere che ha fatto il pesatore dalle cinque del mattino fino a sera, senza interruzione e leticando a ogni pesata col carrettiere che voleva fregargli 1'uva per la bestia se ne torna al suo salone con le ventimila lire. "Ma questo è un paese vizioso - mi diceva non senza una punta di compiacenza uno squinzanese. - Appena finita la campagna si scialano tutto il guadagno, se lo giocano a carte... ".
Grandi sperperi si possono fare con ventimila lire aspettate un anno di fila. Nei giorni dopo la paga ho visto una folla di paesani accalcarsi sulla piazza del mercato di Squinzano intorno a un baraccone di stoffe. Compravano un taglio di vestito come una gatta nel sacco: forse era la prima volta che si facevano un vestito in vita loro. Davano il danaro e ricevevano uno scontrino: con quello scontrino ritiravano un'incartata che si portavano via senza sapere nè la stoffa nè il colore del vestito che la sorte gli destinava.
Ma ormai finita la stagione schiere di contabili e di impiegati di banca calcolano in interminabili cifre utili e importi di quella centinaia di migliaia di ettolitri di vino che diventeranno Chianti, Barbera o nel peggiore dei casi Squinzano. Negli stabilimenti è rimasto un "caporale" e ancora, per qualche giorno pochi operai che .stanno ultimando la pulitura delle botti. Non di rado, in un intervallo, s'accende una discussione sull'acuto del tenore o della prima donna in una certa romanza del Trovatore. II caporale alza la mano all'altezza del petto e si mette a cantare come sospirando: "Lamr-uà". Allora, come da un'arca dantesca, dalla cintola in su s'affaccia un operaio da una delle botti di cemento: "Un momento - dice - questo punto è così: Lariruriru-uà".

Vittorio Bodini


Il Vino DOC "Squinzano" ha ottenuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata in data 6 luglio 1976
Approvato con D.P.R. 06.07.1976, G.U. 230 del 31.08.1976

Tipologie e uve:

http://www.assovini.it/italia/puglia/item/406-squinzano-doc





Piero Chionna Posted - 30 January 2019 : 17:11:16
Movimentazione di botti di vino alla stazione di Brindisi Porto nei primi anni del XX secolo.

Piero Chionna Posted - 04 October 2018 : 09:43:51
Anno 1967, scalo merci di Marsala (TP).
Carico di barili di vino su carri FS in partenza verso il nord Europa.
Immagine tratta dall'Archivio di Fondazione FS Italiane:

Piero Chionna Posted - 02 March 2018 : 10:26:02
Scheda tecnica del carro L2517 per trasporto botti della Rete Adriatica (RA)
L'immagine già apparsa in Ebay, è tratta dal gruppo Facebook "Carri merci europei nel fermodellismo e nella realtà".
In questa discussione sono state pubblicate alcune immagini storiche in cui si vedono carri di questo tipo.
Da notare lo scartamento di 1445 mm.




Piero Chionna Posted - 26 January 2018 : 10:19:06
Dal forum.hunsrueckquerbahn.de altre belle immagini di moderni treni di vino italiano trazionati da una V60 DB diretti a una azienda vinicola tedesca.

http://www.forum.hunsrueckquerbahn.de/viewtopic.php?t=42491
Piero Chionna Posted - 29 December 2017 : 15:32:15
Dal Sistema Archivistico Nazionale - Archivi d'Impresa

Viadotto di cemento armato nello stabilimento Cinzano a Santo Stefano Belbo, Cuneo 1900

(Comune di Torino. Archivio storico, Fondo Ditta Francesco Cinzano & C. di Alberto ed Enrico Marone)






Tettoie di caricamento nello stabilimento Cinzano a Santo Stefano Belbo, Cuneo 1900.

(Comune di Torino. Archivio storico, Fondo Ditta Francesco Cinzano & C. di Alberto ed Enrico Marone)





Raccordo ferroviario dello stabilimento Cinzano a Santo Stefano Belbo, Cuneo 1900

(Comune di Torino. Archivio storico, Fondo Ditta Francesco Cinzano & C. di Alberto ed Enrico Marone)





Treno di prodotti Cinzano in partenza dallo stabilimento Cinzano di Santa Vittoria d'Alba (Cn), 1920

(Comune di Torino. Archivio storico, Fondo Ditta Francesco Cinzano & C. di Alberto ed Enrico Marone)



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