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Posted - 24 November 2013 : 11:16:38
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Da "La Voce" bimestrale degli italiani in Francia
Amarcord "Je me souviens""Il treno della vacanze" di Guy Mazzesi - Extrait de " La VOCE " n°63
Arrivando in stazione, c’era già molta confusione. La gente correva in tutti i sensi. C’erano intere famiglie con i loro figli, c’erano giovani e meno giovani. Tutti avevano fretta ed erano nervosi. Non bisognava assolutamente mancare per questo treno che si aspettava da un lungo anno. Dinanzi alla grande tabella di visualizzazione degli orari, eravamo tutti ansiosi, stretti gli uni contro gli altri, con i bagagli ai nostri piedi. Quanti eravamo? Un centinaio? Un migliaio? Neanche nei giorni di sciopero ho mai visto così tanta gente nella «Gare de Lyon»!
Finalmente l’orario del treno appariva: «Simplon express, binario J». Immediatamente, in un grande movimento di folla, ci precipitavamo al binario J. Il treno non era ancora arrivato ma sul marciapiede nessuno riusciva più a passare. Infine eccolo! Entra in stazione lentamente già prima della fermata alcuni si precipitano, aprono le porte e salgono nei vagoni. Il treno si ferma. La gente si affretta a salire. È il «pigia-pigia». Si abbassano i finestrini, si passano le borse, le valigie ed i bambini. Tutti gridano. Si cerca il proprio posto: vettura quarantotto, compartimento cinque, posto cinquantatre. A volte il posto era già occupato. Alcuni strappavano le ricevute di prenotazione. «Ma gé né comprendo pa, gé le biglietto»…
Con pazienza i controllori risolvono ogni problema e, finalmente, il treno parte. I corridoi sono pieni di bagagli e di gente in piedi che non ha trovato posto a sedere. Non ci si può più muovere. Ci sono anche delle persone che viaggiano nelle «toilettes» sedute sui propri bagagli. Il treno sfreccia nella notte, il sonno ci vince, sonnecchiamo: le nostre teste diventano pesanti, un colpo da un lato, un colpo dell’altro. È il silenzio «tatatoum, tatatoum, tatatoum».
Ogni tanto siamo svegliati per una fermata in una località sconosciuta: «Laroche Migenne, Laroche Migenne, due minuti di sosta»; operai della ferrovia passano lungo il treno e battono con un martello su ogni ruota. «Tatatoum, tatatoum, biglietti! Tatatoum, tatatoum, dogana, tatatoum, tatatoum». Quando repentinamente, nel grigio della mattina, si sente: «Domodossola, direttissimo per Milano, binario uno» Ecco: ci siamo! Siamo finalmente in Italia! Ci si precipita ali finestrini! «Panini, acqua minerale, giornali» «facchino, facchino». Si tendono le braccia dai finestrini per comperare qualcosa. Alcuni scendono… un caffè, la Gazzetta dello Sport… Tutti vogliamo un po’ di questa Italia ora ritrovata. Adesso ognuno è sveglio e si parla… Vado a Bari, arrivo questa sarai e tu? Io vado a Roma… La stanchezza della notte? Ma chi se la ricorda? Ci sentiamo tutti in piena forma!
Fortunatamente, poiché la 3a classe non esiste più, dopo Milano i treni con i loro sedili in legno sono sempre là. Ci sono anche dei vagoni senza corridoio con, per salire, una porta in ogni compartimento. Ma cosa importa, fa bello, fa caldo, «sono le vacanze». Amarcord, sì amarcord…
Che ogni volta che arrivavo nel mio paese prendevo una bicicletta e lo percorrevo a tutta velocità. Osservavo tutto, respiravo tutto, sentivo tutto, vivevo tutto. Tutto, tutto quello che mi era così tanto mancato durante un anno e che finalmente ritrovavo!
LA VOCE - éditée par le Groupe d'Edition Franco-Italien de Presse
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Piero Chionna
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Posted - 24 November 2013 : 11:23:20
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Da "La Voce" bimestrale degli italiani in Francia
Amarcord "Je me souviens""Il treno del ritorno" di Guy Mazzesi - Extrait de " La VOCE " n°64
Dalla sera della vigilia, una grande tristezza ci invadeva. Ognuno era occupato: chi a provare a chiudere valigie troppo piene, chi a preparare «i panini per il viaggio», chi a dare le ultime consegne. Io pulivo la mia bicicletta che veniva riposta nel granaio fino all’anno successivo. Tutta la famiglia era presente. Ognuno era grave, a volte anche un po’ fanfarone, ma il nostro cuore era triste, molto triste. Ogni tanto una donna andava correndo a nascondersi da un’altra parte. Una lacrima scendeva dai suoi occhi. «Avete tutto? Avete bisogno di qualcosa?» Anche gli amici arrivavano. Un’ultima discussione come se nulla fosse. Quella sera nessuno mangiava, non si aveva fame. Si avrebbe voluto che il tempo si fermasse, che questa sera, questa ultima sera, durasse infinitamente. Ma bisogna andare a letto. Domani il viaggio sarà lungo. Non si dorme. Le ore passano troppo rapidamente.
La sveglia suona. Sono le quattro del mattino. È ancora notte. Occorre prepararsi. Di nuovo tutta la famiglia arriva. Si parla di tutto, di nulla, come macchine senza cuore. Adesso occorre partire. Gli uomini posano i bagagli sul manubrio della loro bicicletta. In piccoli gruppi ci avviamo in silenzio verso la stazione. Ogni tanto un amico arriva e si unisce a noi. La nonna ci mette qualche caramella nelle tasche. Questa mattina, il nonno che ha fatto due guerre e che non parla mai tanto, non dice nulla.
Ora siamo sui binari della stazione. Il treno è già là. Del vapore esce dalla locomotiva «pfouou, pfouou». Gli «habitué» si salutano e prendono posto nei vagoni, per loro è un giorno come un altro. Mettiamo i bagagli nel compartimento e ritorniamo sul binario. Ci si stringe le mani. Poi, improvvisamente, «treno in partenza al binario 4». Allora ci si abbraccia un’ultima volta. Le lacrime vengono agli occhi. Ci precipitiamo al finestrino del compartimento. Il treno parte.
«Ciao, ciao, scrivete quando arrivate, ciao, ciao, al prossimo anno, ciao, ciao».
Ci sporgiamo il più possibile per vedere un’ultima volta la nostra famiglia, i nostri amici. Tendiamo le nostre braccia fuori dal finesrino. Le nostre mani si toccano ancora una volta. Il treno si avvia. Sul binario i più giovani corrono. Finisce il marciapiede. Fino a quanto possiamo, agitiamo i fazzolettini. «Le vacanze sono finite!». Adesso il silenzio… Nessuno parla. Siamo pensierosi e, dal finestrino, vediamo il nostro paese che poco a poco si allontana. «Tatatoum, tatatoum, tatatoum» un treno, un altro treno e poi «Direttissimo per Milano, binario 1, in arrivo da Brindisi, 30 minuti di ritardo». Ma come, questi treni pieni di emigrati, potevano non essere in orario, quando c’era tanta gente che volevamo abbracciare e tenere ancora un po’ nelle nostre braccia?
«Tatatoum, tatatoum, tatatoum» una galleria, un’altra galleria, e quindi un grande traforo, senza fine e all’uscita «Dôle, Dôle, 2 minuti di sosta». Le vacanze sono veramente finite!. «Dogana francese: cosa avete da dichiarare?». Cosa possono avere da dichiarare poveri emigrati che lasciano il loro paese?... Una mortadella, del parmigiano, un salame nostrano per prolungare ancora un po’ le vacanze. «Per favore, aprite questa valigia!» Si obbedisce, il doganiere fruga rapidamente e disfa tutto. Adesso occorre richiudere la valigia. Non è più possibile: ciò era stato già molto difficile ieri sera! Le ore passano ed arriviamo alla stazione di Lyon. Siamo stanchi, molto stanchi. È notte fonda. La stazione è fredda. Come un’ombra ciascuno si avvia in silenzio verso casa sua.
Amarcord, si amarcord… Che partendo, nel cammino della stazione, raccoglievo sempre un sassolino che stringevo forte nella mia mano e che conservavo nelle mie tasche per un anno intero, fino al giorno in cui potevo riporlo al posto dove lo avevo preso.
http://www.lavoce.com/lavoce/sorties.php
LA VOCE - éditée par le Groupe d'Edition Franco-Italien de Presse
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Posted - 26 January 2014 : 16:02:15
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Freiburg HBf Immagini tratte dal sito del Landesarchiv Baden-Württemberg






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Posted - 03 April 2014 : 08:35:45
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"La Gazzetta del Mezzogiorno" del 12 settembre 1963
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Posted - 06 April 2014 : 02:13:48
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Luglio 1967
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Posted - 04 July 2014 : 11:27:11
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Dall'archivio de "La Stampa", una fotografia scattata a Torino Porta Nuova
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Posted - 04 July 2014 : 11:37:47
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E' impossibile parlare di Torino senza citare Porta Palazzo, luogo simbolo dell'emigrazione.
da http://www.mepiemont.net
Negli anni del dopoguerra Porta Palazzo rappresentò il primo approdo per molti immigrati italiani del mezzogiorno e, la domenica, divenne luogo deputato all'arruolamento volontario di manovali per l'edilizia. Il contestuale degrado urbanistico, il sovraffollamento e la carenza di servizi per il crescente numero di residenti convissero con la grande capacità d'attrazione del più vasto mercato quotidiano cittadino e con forme di impegno sociale cattolico e laico. Oggi Porta Palazzo, a seguito di un notevole impegno per una completa riqualificazione, è il mercato quotidiano all'aperto più grande d'Europa, 51.300 m² . L'attrazione esercitata da un'area commerciale così estesa è forte: le ondate migratorie interne del dopoguerra hanno lasciato il posto a un crocevia di migranti di ogni etnia che, nella geografia del capoluogo piemontese, ne fa una delle aree dove più si respira l'aria di metropoli, detenendo il primato cittadino per la concentrazione di stranieri residenti.
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Posted - 13 November 2014 : 00:09:48
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Una interessante ricerca di Sonia Salsi.
"Questo lavoro intende dare un contributo allo studio dell'immigrazione italiana nelle miniere di carbone di Heusden-Zolder in Belgio. L'analisi sarà svolta fondamentalmente nel paese di Lindeman, sede principale dell'accoglienza degli immigrati italiani, dove sono nata e cresciuta. La politica migratoria verso il Belgio ha origine con la Costituzione di un accordo fra l'Italia e il Belgio. I governi dei due paesi firmarono, il 20 giugno 1946 a Roma, un trattato che portò a "scambiare" forza-lavoro di italiani con il carbone belga. Con tale accordo il governo italiano, e De Gasperi in particolare, dimostravano al mondo di voler contribuire alla rinascita economica dell'Europa. Nell'accordo erano previsti per questi lavoratori, dopo l'arrivo in Belgio, un corso di formazione e la garanzia di un alloggio. Il Belgio ebbe il triste privilegio di avere i minatori peggio pagati e, perché non dirlo, meno tenuti in considerazione, con conseguenze drammatiche, visto che in seguito gli operai manifestarono una forte ripugnanza verso il duro lavoro in miniera. Le condizioni lavorative furono pessime e tanta la paura di scendere al buio........"
Leggi tutto su: http://valigedifibra.altervista.org/miniere_in_belgio.html#index
Ricordando quei convogli carichi di lavoratori italiani diretti ai bacini carboniferi non posso non ricordare tutti i nostri connazionali caduti nelle miniere del Belgio: i dati parlano di 868 (*), 136 nel solo disastro di Marcinelle.
"Il primo ottobre del 1959 il Tribunale di Charleroi manderà tutti assolti gli imputati della catastrofe (ndr Marcinelle). A seguito della tragedia le autorità italiane bloccano nuovamente le partenze dei convogli di manodopera. Solo dopo la conferenza convocata dalla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) nel marzo del 1957 vengono presi alcuni provvedimenti per migliorare la sicurezza del lavoro nelle miniere, tra cui l’uso obbligatorio delle maschere antigas. L’11 dicembre di quello stesso anno l’Italia firma con il Belgio un nuovo protocollo di intesa con nuove garanzie, ma ormai l’industria estrattiva belga ha deciso di rivolgersi altrove per la ricerca della manodopera. Nelle miniere ora predominano greci, turchi e marocchini......"
Da http://win.storiain.net/arret/num189/artic2.asp
(*) Tra il 1946 ed il 1963 gli italiani morti nelle miniere in Belgio furono 867 su un totale di 1126 vittime. Tra le cause dei decessi figuravano in primo luogo le frane (59,2%), i trasporti (14,3%), il grisù (9,4%), le esplosioni (4,7%) e le cadute nei pozzi (4%). Cfr. A. Seghetto, R. Nocera, Il Belgio degli italiani, cit., 89.
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Posted - 13 December 2014 : 12:27:32
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"La Stampa", mercoledì 10 luglio 1963:

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Piero Chionna
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Posted - 13 December 2014 : 15:54:53
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Concludo con i versi del poeta lucano Rocco Scotellaro (1923-1953)
"Ho perduto la schiavitù contadina"
Ho perduto la schiavitù contadina, non mi farò più un bicchiere contento, ho perduto la mia libertà. Città del lungo esilio di silenzio in un punto bianco dei boati, devo contare il mio tempo con le corse del tram, devo disfare i miei bagagli chiusi, regolare il mio pianto, il mio "sorriso. Addio, come addio? distese ginestre, spalle larghe dei boschi che rompete la faccia azzurra del cielo, querce e cerri affratellati nel vento, pecore attorno al pastore che dorme, terra gialla e rapata che sei la donna che ha partorito, e i fratelli miei e le case dove stanno e i sentieri dove vanno come rondini e le donne e mamma mia, addio, come posso dirvi addio? Ho perduto la mia libertà: nella fiera di Luglio, calda che l'aria non faceva passare appena le parole, due mercanti mi hanno comprato, uno trasse le lire e l'altro mi visitò . Ho perduto la sçhiavitù contadina dei cieli carichi, delle querce, della terra gialla e rapata. La città mi apparve la notte dopo tutto un giorno che il treno aveva singhiozzato, e non c'era la nostra luna, e non c'era la tavola nera della notte e i monti s'erano persi lungo la strada.
Questa poesia proviene da: Ho perduto la schiavitù contadina di Rocco Scotellaro | Poesie di Rocco Scotellaro | Poeti Moderni http://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-rocco-scotellaro/ho-perduto-la-schiavitu-contadina-di-rocco-scotellaro.html#ixzz3Ln1XOCLx
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